Italia e rientro dei cervelli, pochi risultati. E chi torna si pente (per poi ripartire)
Negli ultimi dodici anni il programma lanciato
dai governi per richiamare i talenti fuggiti all'estero è stato un flop.
Nel 2006 Berlusconi ha smesso di finanziarlo, tre anni dopo è ripartito
ma senza successo. Qualche effetto positivo arriva da iniziative delle
regioni e Legge Controesodo. Ma il problema irrisolto è far sì che chi
torna non vada via di nuovo
Procedure farraginose, lungaggini burocratiche, incertezze interpretative, scarse garanzie
per il futuro. I programmi pensati dagli ultimi governi per il rientro
dei cervelli si sono rivelati nella maggior parte dei casi dei veri e
propri flop. “Non basta offrire agevolazioni fiscali o stipendi più alti per far tornare in Italia i talenti fuggiti all’estero – spiega Pierpaolo Giannoccolo, docente di economia all’università di Bologna, esperto di brain drain – bisogna dare ai ricercatori che tornano la possibilità di portare avanti i loro progetti e crescere all’insegna della trasparenza e della meritocrazia“.
E questo in Italia non accade, tanto che dopo pochi anni sono molti i
cervelli rientrati che si pentono e fuggono di nuovo oltreconfine. Non
solo: “All’estero i paesi avanzati discutono di brain circulation -
continua Giannoccolo – mettono a punto strategie per attirare i
migliori talenti internazionali, perché sanno che è l’unico modo per
competere sui mercati. In Italia proviamo soltanto a far rientrare i
nostri dopo che sono fuggiti. E neanche ci riusciamo”.
Fonte Il Fatto Quotidiano

Nessun commento:
Posta un commento