lunedì 11 novembre 2013

Italia e rientro dei cervelli, pochi risultati. E chi torna si pente (per poi ripartire)

 Negli ultimi dodici anni il programma lanciato dai governi per richiamare i talenti fuggiti all'estero è stato un flop. Nel 2006 Berlusconi ha smesso di finanziarlo, tre anni dopo è ripartito ma senza successo. Qualche effetto positivo arriva da iniziative delle regioni e Legge Controesodo. Ma il problema irrisolto è far sì che chi torna non vada via di nuovo

 Procedure farraginose, lungaggini burocratiche, incertezze interpretative, scarse garanzie per il futuro. I programmi pensati dagli ultimi governi per il rientro dei cervelli si sono rivelati nella maggior parte dei casi dei veri e propri flop. “Non basta offrire agevolazioni fiscali o stipendi più alti per far tornare in Italia i talenti fuggiti all’estero – spiega Pierpaolo Giannoccolo, docente di economia all’università di Bologna, esperto di brain drain – bisogna dare ai ricercatori che tornano la possibilità di portare avanti i loro progetti e crescere all’insegna della trasparenza e della meritocrazia“. E questo in Italia non accade, tanto che dopo pochi anni sono molti i cervelli rientrati che si pentono e fuggono di nuovo oltreconfine. Non solo: “All’estero i paesi avanzati discutono di brain circulation - continua Giannoccolo – mettono a punto strategie per attirare i migliori talenti internazionali, perché sanno che è l’unico modo per competere sui mercati. In Italia proviamo soltanto a far rientrare i nostri dopo che sono fuggiti. E neanche ci riusciamo”.

Fonte Il Fatto Quotidiano

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